Hit & Ski

La sete di cime (che non si caga nessuno) secondarie sfocia oggi in un lento (ma non troppo) girovagare in Val Loga.Dormire di domenica non è mai stato il mio forte, sin da bambino mi svegliavo senza motivo di buon ora e stressavo i miei santi genitori chiedendo di potermi alzare ed iniziare a fare qualcosa. Con il tempo questa pessima salutare abitudine è rimasta una rotella fuori posto nel mio bioritmo e nonostante lo scorso sabato sera sia finito nelle prime ore della domenica, alle 4 di questa mattina la sveglia ha suonato senza pietà.

Forse con il tempo quello che si è smussato dell’ingranaggio è lo smalto con cui un tempo riuscivo ad essere brillante in meno di trenta secondi, oggi i trenta minuti sono avanzati ad un considerevole grappolo di minuti, quanto basta per farmi decidere di infilare nello zaino il teleobiettivo senza considerare i ben 995 [g] che separano l’usuale 10-24 dalle medie distanze del 50-140.

Con lo zaino più pesante del solito inizia una giornata all’insegna della celerità, meta: Montespluga.

Da molto spingeva per uscire dal cassetto dei progetti la conquista sciistica del bivacco Val Loga (già visitato a piedi qualche tempo fa) e data la positivissima esperienza in Val Febbraro della scorsa domenica la scelta dell’itinerario per quest’oggi è ricaduta sulle cime (inizialmente indistinte) di Val Loga.

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Nel battito di un paio di biscotti l’auto si ferma al parcheggio di Montespluga, e dall’auto di fianco sbucano altri due sciatori che hanno passato la notte al parcheggio così da poter partire anch’essi alle 7 senza dover rinunciare al sonno.

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Il vallone scorre velocemente grazie alla neve ben compatta, le pelli slittano piacevolmente risparmiando un po’ di fatica fintanto che il pendio resta piano, ma con l’avvicinarsi del fondovalle inizia un lento e costante traverso che, oltre a demolire lentamente la gamba sinistra, richiede discreta dimestichezza nell’arte del balletto su lamina. I pendii sono tutti ghiacciati dal rigelo, e quella che solitamente sarebbe stata una salita da superare in scioltezza richiede qualche attenzione in più rallentando l’ascesa.

Alla fine della valle provo a risalire la traccia già battuta, ma sempre grazie al rigelo questa si presenta marmorea ed inscalfibile, costringendomi a ribattere una traccia gemella a pochi centimetri di distanza, dove la neve risulta ventata e leggermente crostosa (croccante si può dire?).

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Saltato fuori da questo canalone il pendio ritorna ad essere apprezzabile, e giro la mappatura delle pelli sulla versione sportiva, accelerando in direzione bivacco.

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Nell’ultimo tratto incontro un altro sciatore che punta al Ferrè, provo a seguirlo ma nel fare una foto il copri-obiettivo prende il volo e sono costretto a perdere quota (oltre a tempo e gambe) per andarlo a riprendere. Se leggi queste righe sappi che mi dispiace aver dato buca, ma continua a leggere per trovare qualcosa che (spero) apprezzerai.

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Raggiunto finalmente il bivacco trovo un gruppo di alpinisti che ha dormito qui, e di buona ora ha già affrontato il Ferrè da cui però riportano condizioni di neve che inizia già a smollarsi (ore 9:30 circa). Loro festeggiano la conquista sciabolando una bottiglia di vino, io decido di cambiare meta anche in virtù della fiumana che lentamente risale verso queste cime.

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In cerca di solitudine, invece che puntare alla più famosa cima centrale, piego verso Nord in direzione di una cimetta secondaria che solo poi scopro essere innominata (come l’ormai battezzata sola-horn).

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Qui passo a fianco delle spine rocciose affiorate dalla dura scorza di neve gelata che ricopre la cima e con qualche pertichetta ecco finalmente raggiunta la comoda cima.

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Il vento soffia inesorabile, ma è il momento di dare un senso a quei 995 [g] in più nello zaino, ed ecco ricomparire sulla cresta del Ferrè lo sci-alpinista incontrato (e poi perso) in mattinata.

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Il tempo divora tutto (ore comprese), calzati gli sci in modalità discesa ripercorro in prima parte la traccia di salita, su neve inizialmente marmorea e poi pian piano sempre più crostosa. Raggiunta la parte sommitale al canalone ritracciato in mattinata tengo però la destra cercando di perdere meno quota possibile così da non dover racchettare tutta la valle. Trovo una via di fuga che resta in quota, ma richiede un paio di passaggi ripidi; i versanti sono ancora in ombra, e la neve qui è tornata ad essere ben compatta. La testa dice che il percorso ha senso e quindi il corpo si piega cercando di assecondare il movimento delle increspature sulla neve. L’esperimento ha successo e riesco a tornare a qualche decina di metri dalla macchina senza dover spingere sulle racchette.

Due biscotti e la macchina è di nuovo in movimento verso casa. Questa uscita senza pretese si conclude con una maggior consapevolezza della valle e delle cime che finalmente riesco ad apprezzare e studiare in versione invernale. C’è molto di bello da fare, ed ancor di più da vivere.

Si spera.

Stay tuned!


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