Scale a chiocciola

Grazie ad una certa soffiata già dalla serata di martedì era entrato in circolo quel nome quasi mitologico, borderline con i recenti impegni di arredamento: il Pizzo Scalino.
Tra i big della valle sicuramente uno dei più estetici per via della sua forma da sussidiario, e grazie alle recenti nevicate si rischiava anche di fare una bella sciata nella tanto agognata polvere che quest’anno sembrava esser data per dispersa.

Rimaneva scoperta l’unica incognita del meteo, pesantemente dibattuta tra meteo svizzeri e nostrani che concordavano solo sul fatto che prima si fosse raggiunta la valle, meno nuvole si sarebbero incontrate. La decisione era a malincuore scontata: anche per questo sabato di dormire non se ne parla.

Come per il ragionier Fantozzi ogni minuto è precisamente calcolato e tutti gli attori del risveglio sono pronti e posizionati dalla sera prima.
Alle ore 4:00 suona la sveglia, il ritmo meccanico scolpito dall’abitudine delle ore piccole fa muovere il corpo come regolato da un orologio invisibile. L’acqua nel microonde per 4 minuti, nel frattempo yogurt con miele, biscotti secchi e quando suona il timer mentre l’acqua si colora sciacquo la borraccia, metto i vestiti ed infine riempio la borraccia. L’auto scorre lenta verso la prima tappa e poi via senza gloria o riposo verso la Valmalenco.

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Alle 7:00 gli sci iniziano a calcare la neve compatta che dal parcheggio per il rifugio Cà Runcasch conduce dolcemente l’alpe Campascio.

Come emergiamo dalla sottile foresta si staglia di fronte a noi la grandezza del nostro obiettivo, che risulta però sferzato da venti tremendi in quota. Le nuvole scivolano veloci restando in quote ben superiori alla vetta, e un fronte compatto si disperde nel giro della prima mezzora grazie alle continue raffiche. Con il sorgere del sole sopra le prime vette ci separiamo dai primi ed unici altri che come noi optano per una partenza nettamente anticipata rispetto all’umano bioritmo.

“Se le previsioni sono discordanti, magari quella che dava il vento in diminuzione potrebbe essere quella giusta” e con questo mantra decidiamo per un salasso di quadricipiti puntando al Passo di Campagneda invece che al classico Cornetto.

Dalla fine del Piano di Campagneda non esiste più una traccia battuta, siamo quindi costretti a cambiare mappatura impostando la centralina degli scarponi sulla modalità spazzaneve.
Costeggiamo un lago in lento disgelo dal sopore invernale e proseguiamo lungo un breve canaletto che conduce al passo.

Il dubbio di non riuscire nell’impresa ci assale quando rivolgendo lo sguardo al gigante imbiancato lo vediamo ancora alle prese con raffiche che spazzano via quintali di neve fresca. Il vento da Nord Ovest spinge gli accumuli in pancia alla Vedretta, dove correnti miste spazzano il ghiacciaio in direzione della vetta.

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Proseguiamo comunque, con la riserva di poter scendere dal Cornetto nel caso in cui le raffiche non accennino a diminuire una volta raggiunta la vedretta.

Raggiungere la Vedretta.
Per scriverlo bastano tre parole, ma per farlo serve un atto di fede nel compiere un traverso che ancora nessuno ha delineato e di cui non rileviamo alcuna traccia.

Puntiamo in direzione della cima seguendo le curve di livello che sulla mappa appaiono candide e piatte, mentre nella realtà richiedono competenze di trapezismo ed una smisurata immaginazione per credere di poter vedere una logica nel susseguirsi dei dossi ghiacciati che dovremo attraversare per non perdere quota.

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La scelta di questa dorsale viene però ripagata dalla totale assenza di vento, e mentre proseguiamo verso la cima ci auto-convinciamo che forse il vento sta davvero lentamente calando anche sulla cresta dello Scalino.

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A quota 2800 circa ci affianchiamo alla traccia che risale dal Cornetto, e vediamo altri colleghi risalire comodamente l’ultimo tratto per la vedretta.
Peccato che siano sul versante opposto al nostro, dove la traccia è battuta e di ghiaccio non sembra esserci nemmeno l’ombra.
Davanti a noi invece la dorsale si inclina oltre l’inclinazione massima che avrebbe senso sfidare con questi accumuli, e sopra di noi la cresta è ben difesa da un ultimo tratto di ghiaccio vivo.
Dato il corso accelerato di trapezismo appena concluso decidiamo di darci alla danza in punta di rampone e dopo qualche pertichetta mista a sfondamenti sbuchiamo sull’ampia cresta finale di questa interminabile dorsale.

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Non togliamo i ramponi fino alla fine per paura di dover perdere ulteriore tempo prezioso. Il sole inizia lentamente a scaldare (e bruciare la pelle) mentre ricalziamo gli sci e torniamo alla civiltà risalendo la Vedretta insieme agli ultimi della giornata.

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Le raffiche sono sempre più diradate ma comunque intense. Qualcuno a metà Vedretta gira gli sci, altri arrivano al deposito posto sotto la cresta e da lì scendono. Ancora altri provano a risalire la cresta ma si arrestano a metà del tratto verticale sopra al deposito a causa dell’elevato accumulo di neve fresca che richiede complessa l’ascensione.

Mentre risaliamo lungo una traccia finalmente battuta e compatta cerchiamo di trovare alternative, ma l’unica sembra richiedere la percorrenza della cresta finale nella sua interezza, partendo dal Colle di Val Fontana. Decidiamo di puntare comunque al deposito e poi lì rivedere il da farsi.

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Forse per inerzia, o forse per sfinimento, la cresta ci accoglie al prezzo della sensibilità delle nostre dita. Ma come iniziamo a risalire lungo l’affilata dorsale le dita di infiammano di una speranza prima solo immaginata.

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Un paio di tratti richiedono attenzione, ed ovviamente veniamo ricordati della nostra fragilità quando li attraversiamo venendo colpiti da un’improvvisa raffica di vento. Ci pieghiamo, accogliamo il richiamo, poi proseguiamo con la consapevolezza che non è più concesso sbagliare.

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La croce è un miraggio che si materializza con il dualismo del ferro ricoperto dai cristalli di una neve così soffice da essere diventata marmorea. Le ore avanzano impietose e sono le 14:15 quando scattiamo un autoscatto per ricordarci che quanto abbiamo appena vissuto non è stato solo un sogno.

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In discesa ripercorriamo i passi della salita, scendiamo dal muretto verticale aggrappandoci alla picozza che si fonde nella neve accumulata ed arriva subito il momento di bloccare gli scarponi ed abbandonarsi alle morbide curve concesse dalla neve fresca.

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Per ovvie ragioni non scendiamo dalla traccia di salita, ma seguiamo la classica traccia del Cornetto, piegando però verso Ovest cercando di mantenere quota sperando di non dover racchettare. Ci riusciamo (fortunatamente) ed abbandoniamo l’ultimo lascito di energie scendendo lungo il boschetto ormai convertito a pista da bob. I toboga ricordano un gioco d’infanzia e forse richiama ad una spesso velata sfaccettatura di questa inutile fatica: il gioco.

Stay tuned!


Traccia (solo della salita fino al deposito, le batterie non hanno retto oltre) in formato .gpx disponibile cliccando qui

tracciaSalita senza cresta

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