Cugini di montagna

Storia di una mattinata iniziata di notte, tra silenzi, albe e camosci.Mancavo da un po’ all’appuntamento con i camosci della Grigna, la smodata ricerca della neve e il desiderio di sudare sempre più della settimana precedente mi avevano portato lontano dalle montagne di casa.

L’occasione di una mezza mattinata libera è subito sembrata la migliore per concedere un po’ di tregua alle gambe, senza però concederne alcuna al sonno. Perchè se il tempo a disposizione è quello di una mezza mattinata occorre partire presto anche per raggiungere il confinante Pian dei Resinelli, e quindi ecco il suono della sveglia rompere il silenzio delle 4:00 di mattina in questa domenica di sole e silenzi.

In casi come questo ogni minuto vale quanto un quarto d’ora, quindi dopo la prima nota mi sollevo istantaneamente dalle coperte eseguendo sequenze asettiche di movimenti per vestirmi, mettere in spalla lo zaino ed in tasca la schiscetta della colazione stradale.
Alle ore 4:15 l’auto si defila lungo la Valassina, soltanto i miei fari illuminano le curve, la radio è spenta e mi lascio cullare nel risveglio dal suono delle ruote intervallato da qualche biscotto. Nella galleria del Barro sono ancora completamente solo, sembra di vivere uno strano sogno quando anche sui tornanti che risalgono da Ballabio sorprendo un cerbiatto intento a girovagare sul ciglio della strada. Basta una frazione di secondo, giusto il tempo perchè l’immagine si imprima sulla retina, e con un balzo sparisce istantaneamente tra gli arbusti; onirico come solo può essere un incontro a quest’ora.

L’alba è ancora timidamente nascosta dietro al Sodadura mentre calzo gli scarponi e mi avvio verso il rifugio Porta. Regna un silenzio inverosimile, rotto soltanto dai miei passi e dal canto dei primi uccellini.

Oggi scelgo un sentiero alternativo alla classica risalita della Cermenati, cerco silenzi e camosci, punto quindi ad evitare i tracciati più battuti inventando una risalita che non punta alla cima, ma ai versanti non tracciati.

Con le prime luci dell’alba raggiungo un crinale che si eleva su prati erbosi lungo una dorsale che sempre più si stringe verso l’alto, lasciando emergere pinnacoli di calcare. Su queste linee scorgo i primi camosci e nonostante la leggera brezza che mi dovrebbe tenere sottovento, come li vedo capisco che loro avevano già captato il mio arrivo e li perdo di vista mentre volano leggeri dietro ad altre guglie di pietra.

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Decido di risalire verso il punto in cui erano, l’esposizione sembra ottima per le luci dell’alba e confido di trovare qualche altro camoscio lungo la via. Non rimango deluso dalla scelta e come raggiungo il pinnacolo dietro cui si erano defilati i primi camosci ne scorgo sul versante opposto un grande gruppo. Sono placidi, brucano e si muovono con una lentezza che pare forzatamente rilassata tanto sono abituato al correre continuo.

Decido di non scattare nessuna foto, voglio immergermi in questo attimo di pace. Non sono ancora le 7 e sicuramente nessuno passerà di qui, sono da solo, nel silenzio di questa domenica mattina. Il sole sorge in un crescendo di luce che sempre più rapidamente divora le ombre di questi pinnacoli facendo brillare i bianchi musi dei camosci.

Passa qualche minuto, un gruppo di quattro camosci sbuca dal nulla a circa una ventina di metri dalla mia posizione. Mi vedono, si bloccano. Restano immobili mentre mi vedono estrarre lentamente la macchina fotografica, e giro la testa per dare segnali di calma mentre accendo il trabiccolo puntando verso di loro. Un solo fischio del camoscio più grande delinea il confine tra di noi, monito di paura e malcelata invettiva.

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Dietro ai primi due compare un camoscio più giovane, non sembra aver alcuna paura mentre passa lentamente e si ferma per un solo istante guardandosi indietro. Su di lui pelo invernale si lascia rimpiazzare dal pelo più chiaro ed estivo in modo evidente. Non un fischio, non un movimento brusco, solo un lento girovagare al seguito di quelli che potrebbero essere i suoi genitori.

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Resto ancora fermo su questo crinale mentre guardo il piccolo gruppo allontanarsi verso il crinale attiguo. Lungo la transumanza resta il tempo per un ultimo scambio di sguardi con il camoscio più grande, è stato il primo a scollinare e vedermi, ed ora è l’ultimo a passare.

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Riprendo il mio girovagare cercando di rimanere alla stessa quota, difficilmente da questo versante si spingeranno più in alto visto che inizierebbe un tratto puramente roccioso.

Incontro altri gruppi di camosci che non sembrano aver paura. Passo a qualche decina di metri da alcuni cuccioli e non sembrano prestare particolare attenzione alla mia presenza. Solo quando mi fermo e punto l’obiettivo verso di loro si fermano e guardano di rimando il grosso occhio che ora li osserva. L’istinto forse li mette in guardia dalla forma che in futuro altri assumeranno nei loro confronti, ma non più con lo scopo di portare a casa una fotografia.

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Il sole scalda molto per essere una mattina di fine marzo, la luce si fa sempre più intensa e stacca ancor più nettamente le ombre; il tempo delle foto sta volgendo al termine, così come il tempo a me rimasto per questa mezza mattinata.

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Mi inchino sfiorando il Sigaro Dones promettendo a me stesso di raggiungere quella croce rossa che da troppo tempo richiama all’aerea ebrezza di una danza verticale.

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Sulla via del ritorno mi accompagna un inaspettato seguace. Per lui la cima del Sigaro è solo un altro trampolino verso il vuoto, per noi bipedi il sogno della verticalità si paga sempre al prezzo della gravità.

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Alle 8:30 sono di nuovo in macchina, sulla via del ritorno incontro i primi escursionisti e corridori intenti a risalire la Cermenati. Il parcheggio si popola a vista d’occhio e l’erba inizia ad esalare i primi calori di questa primavera anomala.

La giornata guadagna un nuovo inizio, è una nuova domenica nella domenica mentre l’auto ritorna verso casa portando con sè una macchina piena di fotografie, uno stomaco affamato e la consapevolezza che momenti come questo dovrebbero avvenire più spesso.

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Stay tuned!

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