Pizza da Gianni

Era un duro lavoro, ma qualcuno doveva pur sfacchinare di lunedì.

Dopo ben tre settimane di dieta dalla neve sentivo il richiamo farsi sempre più forte nel leggere e vedere di ottime condizioni in giro per le alpi. Neve certamente scarsa e già da primavera inoltrata, ma pur sempre migliore del solito asfalto di tutti i giorni.

Fortuna volesse che G.G. (acronimo di GiGi) condividesse il desiderio di darsi da fare di lunedì e quindi eccoci svegli e sfreccianti verso St. Moritz alle 5:30 di ieri. Considerando il cambio d’ora questa partenza dovrebbe valere doppio, ma non avendo ricevuto alcun bollino per i punti-sonno conserviamo per noi il traguardo e ci dedichiamo allo svincolo di Bellano assieme ai primi pendolari della giornata.
Perdiamo fortunatamente poco tempo rispetto al possibile disastro di traffico che si sarebbe verificato di lì a poco, ed alle 8:30 siamo già alla ricerca della traccia.

La traccia scaricata partiva dal retro di un tennis club al quale non abbiamo avuto il coraggio di chiedere asilo, e fermarsi nel parcheggio del Kempinski Grand Hotel ci avrebbe solo causato grandi debiti per aver approfittato della stessa aria respirata dai condomini. Parcheggiamo quindi a fianco di un eliporto con un elicottero intento a fare manovre di carico e scarico, portando con noi la paura di vedere la macchina verricellata verso l’infinito e oltre nel bel mezzo della risalita.
Le relazioni trovate online ed in letteratura sorvolano sull’attacco della salita (guardate bene la traccia) e siamo quindi costretti a procedere un po’ a caso nei primi minuti. Parafrasando Pasteur “il caso aiuta le menti preparate“, e noi siamo ben preparati a sfacchinare, quindi ritroviamo il punto di attacco seguendo un rapido traverso lungo la pista da fondo.

Attacchiamo quindi la vera prima fiera di questa salita: il ghiaccio.
Sebbene alla partenza la temperatura fosse di soli -5°C, il pendio deve aver subito una sorte ben peggiore e tutto si rivela tremendamente duro (e questo è buono) e ghiacciato (e questo è male). La sensazione che proviamo è quindi di una risalita a passo del pellegrino, dove per ogni metro di risalita le pelli scivolano di una decina di centimetri.

Superato il primo tratto bucolico proviamo a risalire lungo la pista ma la situazione sembra essere anche peggiore. Decidiamo quindi di ritornare sulla sponda più grezza e limitiamo i danni tagliando più volte il pendio.

Giunti in prossimità del Piz Da l’Ova Cotschna incontriamo due camosci, nei loro sguardi incuriositi leggiamo lo stupore di chi si aspettava di aver esaurito le visite in casa dopo i tanti sciatori degli scorsi giorni. Ci fermiamo per guardarli e si portano sulle rupi più esposte, accendo la macchina fotografica e di loro rimane solo il ricordo sotteso dal dubbio che quest’incontro sia realmente accaduto. Forse, visto che siamo in clima di citazioni, a furia di guardare la montagna questa ci sta guardando di rimando. Scrolliamo i pensieri troppo profondi per non affondare in questa risalita, buttiamo giù qualche biscotto e l’energia torna con prepotenza per spingerci più in alto in questa danza sul bordo del profilo altimetrico.

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Ci portiamo all’altezza dell’avvistamento imboccando un’ampia conca che ci conduce all’ingresso della valle in cui riposa tristemente la Vadret da Rosatsch. La valle è letteralmente incantata, ferma immobile in un pallido senzatempo, racchiusa nell’abbraccio delle alte mura scure che difendono strenuamente le ultime spoglie di quel ghiacciaio ormai ridotto ad un ghiacciolo, ora sepolto sotto la neve invernale.

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Seguiamo la traccia che attraversa la valle perdendoci tra le abbondanti tracce di discesa che disegnano i pendii con ghirigori geometrici e regolari. La neve di queste parti ha sicuramente avuto giorni migliori di questo, ma ci accontentiamo di questo pavimento ben compatto che lentamente sembra cedere ai raggi del sole.

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Iniziamo la risalita finale portandoci su un’ampia dorsale costellata da roccette, le lamine si lamentano ma la testa guarda altrove. I laghi di Silvaplana e Segl appaiono da una prospettiva inedita, le cime sull’orizzonte sembrano più famigliari quando vi passiamo oltre perdendo lo sguardo nel limite tra cielo e terra.

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Il Piz Duan, il Vadret, le cime che ancora mancano ed i progetti futuri sono tutti lì, appiattiti nella loro altezza dalla prospettiva di una distanza che sembra accorciarsi con il galoppare della fantasia.

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Ci abbassiamo per evitare la cresta e raggiungiamo il deposito sci, da qui ripartiamo a piedi fino alla cima marziana: terra rossa e pietre argillose che sembrano letteralmente portate da un altro pianeta. Ci concediamo un rapido pasto e poi via verso la discesa.

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La neve è ben trasformata e non ha ancora del tutto smollato la sua tenacia al calore. Scendiamo su tratti leggermente gessosi, stralci di firn e solo qualche lontano ricordo di polvere.

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Approfittiamo nell’ultimo tratto della pista per raggiungere il tratto boschivo di inizio gita. Sciamo tra gli alberi su neve che si aggrappa alle solette ma riusciamo a divincolarci tornando finalmente alla macchina.

Il verricello per oggi ci ha risparmiati, sottili velature si inspessiscono mentre togliamo gli scarponi e nel rincasare proviamo la sensazione di aver ricevuto la gentil concessione dell’ultima sciata prima che la tanto sperata perturbazione porti refrigerio ed un nuovo manto per queste cime digiune di neve.

Stay tuned!


Traccia in formato .gpx disponibile cliccando qui

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