Piz (H)Ot

Un’alternativa fuori porta alla classica via Crucis del venerdì Santo.
Con sci, ramponi, picca ed una più che discreta quantità di caldo.

Tutto inizia con un messaggio da parte di G.

Cattura

Con la semplicità di tre parole una tranquilla domenica di Ikea si ravviva aggiungendo una nuova pagina alla lista dei progetti aperti.

Il Piz Ot, “cima a torto poco frequentata” irrompe così nei piani di attività future conquistando una posizione in vetta alla classifica degli itinerari realizzabili a breve. In Engadina il tempo ha concesso ancora copiose nevicate nelle ultime settimane, e sarebbe un peccato lasciar sfiorire le ultime giornate disponibili per affrontare questa cima senza troppe complicazioni. O almeno, questa era l’idea.

In giro non si trovano molte relazioni complete, o tracce relative ad ascese fatte con sci e pelli, troviamo un paio di descrizioni che in poche righe danno descrizioni sommarie e proviamo ad immaginare percorsi alternativi altri versanti, convinti che questo potrà darci un vantaggio sul rammollimento della neve dato dagli ultimi giorni di calura.

Partiamo quindi alle 5:30 da casa, lungo tutto il viaggio le nuvole pesanti bagnano la macchina sempre più frequentemente nell’avvicinarci a Samedan. All’arrivo le gocce cessano, sull’orizzonte alcuni sprazzi di azzurro sembrano darci il benvenuto mentre passiamo nelle viette di Bever, ma arriva qui la vera doccia fredda:
la strada per raggiungere la partenza immaginata è vietata al traffico auto, e 4 km ci separano dal punto di inizio previsto.
L’ora è già tarda, e fare quattro chilometri a piedi con tutto l’armamentario ci farebbe andare sicuramente oltre orario, senza contare le energie perse spallando tutta la distanza.

Scegliamo quindi di provare a seguire le indicazioni trovate su un itinerario di on-ice, confermate da una gentile signora locale che importuniamo cercando di capire se la strada sia “davvero” vietata al traffico.

Ritorniamo a Samedan e ci facciamo il segno della croce iniziando la risalita al fianco degli impianti ormai in disuso data la penuria di neve che stria il versante Sud.

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Lo scialpinismo esplorativo che avremmo voluto fare dal versante Nord è ora convertito in scialpinismo di sopravvivenza, su ogni chiazza di neve ci avventuriamo cercando di sfruttare ogni centimetro utile per progredire senza dover togliere gli sci fino alla prossima macchia bianca.

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G. risolve brillantemente il problema della neve mancante decidendo che, in fondo, se le pelli tengono sulla neve possono tenere anche sul sottobosco.

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Attorno a noi si sviluppa un’area protetta per cui non ci è possibile uscire fuori sentiero cercando tratti più innevati, restiamo quindi confinati sulla dorsale estiva che risale nel bosco alternando dieci metri di portage (i.e. facchinaggio degli sci a mano) a venti metri di percorso sciabile, ripetendo il mantra del togli-rimetti fino a raggiungere un alpeggio da cui il manto nevoso torna ad essere continuo e, soprattutto, abbondante.

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Incontriamo due tutine indigene, che come noi ora annaspano nella neve già appesantita dal calore degli scorsi giorni. Vi è uno stallo alla messicana svizzera in cui aspettiamo il loro sorpasso per farci battere la traccia (sia mai che gli si neghi l’allenamento), mentre loro si fermano per rifocillarsi. Ma la passione scalpita, e ripartiamo dall’alpe lasciando indietro i power rangers appena conosciuti mentre le nuvole si muovono veloci poco sopra di noi liberando lame di luce che corrono verso le cime incastonate sull’orizzonte, quasi a voler segnare la via.

Prendiamo ancora quota arrivando ad un punto di sella, dove le tutine si trasformano come nei migliori cartoni giapponesi, guadagnano momento e ci superano inoltrandosi verso Sass Alv, probabilmente diretti al Piz Padella.

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A malincuore perdiamo quota immergendoci nella Valletta (nome proprio della valle che si apre di fronte a noi) e proseguiamo lungo il piattone fino a quando ritroviamo di fronte a noi il Piz Ot, che dall’alto della sua quota ci deride sbarrando la strada con tre esami d’ammissione prima del suo canaletto.

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Il primo esame è un ampio canalone che percorriamo fino a circa metà della sua altezza, sulla destra si presenta una facile soluzione che prendiamo in vista delle prove successive. Risaliamo quindi con una pendenza più accettabile portandoci all’attacco del secondo e più lungo muro verticale.

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Superato questo muro il Piz Ot appare in tutta la sua fierezza.

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All’attacco inizio a dubitare dell’effettiva riuscita dell’impresa visto il caldo che amplifica l’altezza dimezzando forze e fiato, ma mettendo un piede di fronte all’altro le rocce della cima infondono l’energia necessaria per tornare a crederci.

La linea zigzagata che tracciamo culmina in pochi metri di terrazzamento che consentono finalmente di vedere da vicino il canale che demarca la separazione tra la terra ed il cielo. Ma ancora un ultimo muro ci separa dal deposito sci.

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Siamo ora sull’ultima prova, l’ultimo girone infernale prima di poter calzare i ramponi. Il terreno è ormai solo costituito da residui consolidati di vecchie scariche, ad ogni inversione gli sci sprofondano sempre di più ed il sole non accenna a concedere un attimo di sollievo dalla sua cottura a fuoco lento. Prendiamo fiato ad ogni inversione di direzione e finalmente raggiungiamo l’attacco del canale.

Una via che sembra essere scolpita dall’uomo traccia in verticale uno stretto corridoio di accesso alla vetta. Calziamo i ramponi ed imbracciamo la picozza entrando in punta di piedi nell’anticamera di questa ultima prova.Il pendio ha una pendenza massima di circa 50° ed uno sviluppo fortunatamente contenuto, l’aria che si assottiglia si ravviva di entusiasmo quando sbuchiamo in cima sul tetto di questa bellissima cima.

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Di fronte a noi le nuvole passano veloci, mostrano e nascondono tutte le vette del circondario lasciando per alcuni attimi libero sfogo allo sguardo che va a perdersi nei ricordi di cime già visitate ed altre solo immaginate.

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L’ora però avanza, e con l’aumento della temperatura conviene scendere rapidamente.
I muri affrontati in precedenza regalano ottime discese sulla neve cotta al punto giusto, sembra di sciare su un mare di granita.

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DSCF1513Evitiamo la discesa dal primo muro incontrato per cercare di trattenere un po’ di quota, da convertire al tasso di cambio dell’attrito per poter superare il pianoro senza dover racchettare troppo. L’intuizione si rivela corretta e riusciamo a fare solo qualche scaletta per raggiungere le pendici del Sass Alv.

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Per non ripetere lo stesso strazio della salita attraverso il bosco decidiamo di imboccare un canale più stretto, che dovrebbe condurre comunque al punto di partenza, ma offrendo una copertura totale di neve. La neve è però molto bagnata ed appesantita in questo canale, l’esposizione e la quota non sono a nostro favore ma almeno non dobbiamo mai togliere gli sci.

Prima di un salto di qualche metro siamo però costretti a passare sul crinale erboso, dove incontriamo la prima vipera della stagione, piccola e sicuramente più spaventata di noi a causa dell’incontro.

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Ripreso il canale percorriamo gli ultimi metri su neve talmente bagnata che si potrebbe nuotare, gli sci diventano quindi scafi e noi catamarani lanciati lungo il pendio che finalmente conduce alla macchina. Cotti come la neve, ma soddisfatti.

La cima sicuramente merita, sia per tecnica sia per il panorama che consente di ammirare. Non nego che aver rinunciato al piano di “esplorazione” immaginato da altri versanti abbia lasciato un po’ di amaro in bocca. Chissà se in qualche prossima stagione organizzeremo una biciclettata con gli sci per colmare quei 4 chilometri non carreggiabili…

Stay tuned!


Traccia in formato .gpx disponibile cliccando qui

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