Cornina Muschiate

Doveva essere un articolo sull’epica avventura al Gran Paradiso via sci. Ma il meteo di Pasqua ha guastato le date disponibili per l’impresa programmata da settimane, ed inaspettatamente una fuga di ripiego si è trasformata in un viaggio attraverso sè stessi.

Ma andiamo con ordine.

Omettendo i dettagli del tour, che spero potrete tornare a leggere nel futuro su queste pagine, con il forfait dei piani ed i timidi sprazzi di sole sulle montagne di casa la scelta di optare per un risveglio traumatico è sembrata essere la miglior alternativa possibile.

Riparto con il solito tran-tran: la sveglia suona alle 4:00, vestizione in modalità pilota automatico e via in direzione Lecco mangiucchiando qualche biscotto sulla Valassina.
Arrivato sui primi tornanti che conducono al Pian dei Resinelli un cerbiatto alla ricerca di un bar aperto a quell’ora taglia la strada e decide di proseguire il suo giro circumnavigando l’auto. Già qui avrei dovuto fiutare che sarebbero successe cose bizzarre, ma il pilota automatico è ben programmato e riparte senza farsi troppe domande.

Al parcheggio solo un corridore condivide la partenza smezzando con me la sensazione di esser fuori posto, sulle pendici di montagne che iniziano a svegliarsi lentamente mentre il sole emerge lentamente dalle montagne ad Est. La frontale serve più della scorsa volta poichè la luna a potenza ridotta non riesce a filtrare attraverso i rami che ora appaiono più folti ed anche nella penombra verdeggianti. Risalgo la cresta Sinigaglia sperando di incontrare tanti camosci quanti visti la scorsa volta, ma giunto alla prima vera parte di cresta non ho ancora incontrato anuma viva al di fuori di qualche gracchio. I pendii sono costellati di un mix di grandine e neve grazie alle intemperie degli scorsi giorni. Risalire su questo terreno è come salire su una montagne spruzzata di polistirolo appiccicoso e duro, quando un piede affonda però è un tripudio di chicchi di grandine che schizzano giù per il pendio. Fortunatamente le temperature sono ancora ben basse e la neve risulta essere sempre portante, quindi proseguo a fil di cresta cercando di guardare entrambi i versanti in attesa che i primi animali si palesino.

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Nel frattempo la pianura si risveglia inondata dai rosei raggi del mattino, le luci dei lampioni che fino a quel momento scandivano i confini si assopiscono in un sonno al contrario.

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Non ci sono camosci all’orizzonte, ma il panorama consola ogni tristezza regalando una vista che spazza fino al Monviso.

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Di mammiferi oltre al sottoscritto non se ne vedono, solo qualche traccia nella neve grandinata lascia intendere un passaggio sporadico. Forse i camosci non sono tanto stupidi quanto l’opinione popolare attribuisce loro, e con queste temperature (al fresco mattutino aggiungete anche qualche raffica tagliente) preferiscono restare a quote più basse.

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Messo in sacco dall’istinto di conservazione dei Rupicapra decido comunque di proseguire lungo la cresta perchè condizioni così sono più uniche che rare. La solitudine totale, il percorso immacolato, le prime luci dell’alba, tutti elementi che portano ad un alleggerimento dell’animo e spingono il piede verso il prossimo passo.

Giunto in prossimità del “passo del gatto” sento però uno strano rumore venire dal canale attiguo. Mi fermo scrutando in quella direzione e come un fulmine vedo schizzare verso il basso un animale che al momento avrei saputo definire solo come bizzarro, ma alcuni elementi mi si scolpiscono nella memoria:

  • Bocca spalancata come in un urlo muto;
  • Corna molto lunghe;
  • Stazza e colore non propri di un camoscio.

In una frazione di secondo mi sento Giacomo

Ma questo, forse, non è un teatro.

Metto in dubbio la mia capacità cognitiva e fortunatamente riesco a prendere in mano la macchina fotografica, scatto per dimostrare a me stesso di non essere completamente matto.

Non fosse per la documentazione fotografica sarei tutt’ora in dubbio sul fatto che veramente questa mattina, alle 7 e qualcosa, un cervo sia corso giù dal canale attiguo al “Salto del Gatto”.

Un cervo (o cerva), alle 7 di mattina, in cima ad un canale. In Grignetta.

Mi ci vuole qualche minuto per confermarmi di nuovo che questo sia davvero successo. Poi riprendo il sentiero, salto come un gatto delle nevi atterrando nel canale ricoperto da una patina compatta di grandine trasformata (altro che calici rovesciati).

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Da qui proseguo fino al bivacco, sempre da solo e godendo egoisticamente di questa cima ora desolata ma sempre affollata.

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Dopo tre quarti d’ora arriva la prima persona in vetta, è un corridore. Un cenno dalla distanza, cambia un vestito e riparte verso terra. Copio l’idea e riparto evitando però la cresta Cermenati, oggi è una giornata strana e quindi decido di proseguire lungo il meno frequentato sentiero delle capre. Anche qui, a discapito del nome, di camosci non si vede nemmeno l’ombra. Solo qualche pennuto si attarda a fare colazione per poi dedicarsi a giochi acrobatici con altri simili.

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Torno alla macchina passando per il rifugio Porta, confido in un’ottima crostata per digerire lo strano incontro della mattinata.

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Gli articoli a colori tornano ad essere più frequenti, segno che per lo sci è un periodo di triste magra, ma prima di concludere la stagione ci sono ancora un paio di idee che vorrei riuscire a concludere.
Quindi, come al solito…

Stay tuned!

 

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