Fuoripista estivi

Avventura in solitaria alla ricerca di stambecchi, camosci, marmotte e… gipeti.
Il tutto con contorno di sentieri persi e mai più ritrovati, laghi nascosti, una tenda e qualche miliardo di stelle.Con l’inizio di agosto i ritmi si rallentano, il caldo soffoca lentamente quanti rimangono in pianura attanagliando in una morbida morsa la voglia di vivere, ed i primi esodi assaltano caselli e spiagge. Le azienda rallentano fino a fermarsi in un ritmato susseguirsi di chiusure rituali e “ne riparleremo a settembre”, concedendo spazio per inseguire qualche progetto personale.

Con questa immensa disponibilità di tempo non avevo più scuse per rimandare una prova che da tempo attendevo di poter fare, ma che per meri motivi di tempistiche e lavoro non riuscivo a concludere, ovvero testare il regalo di due amici: una fantastica tenda 4 stagioni.

Un equipaggiamento così votato alle avventure d’alta quota ed ambienti maestosi non si poteva certo inaugurare nel giardino del condominio, o in qualche parco pubblico. Serviva una cornice da cartolina, al cospetto di qualche gigante ma sempre conservando lo spirito scanzonato che la tenda ricorda; magari un laghetto alpino dove poter pucciare i piedi o tuffarsi alla fine di una calda giornata spesa sui sentieri. Complici varie commissioni sarei dovuto andare nella zona di Livigno all’inizio della chiusura aziendale, ecco quindi trovato il pretesto ed il contesto in cui procedere con il varo.

La zona del livignasco conserva un posto riservato tra le mie mete del cuore, i miei genitori si conobbero sulle piste “quando ancora conveniva comprare a Livigno, e le macchine fotografiche usavano solo la pellicola“; aggiungerei anche un “prima che la smania di costruire e succhiare l’anima dal territorio facesse spuntare cemento come porcini tra una stagione e l’altra”. Forse è per questo bias che non riesco ancora a stufarmi di quella valle nonostante i ritmi costruttivi siano sempre in crescendo, il turismo sempre più orientato al consumo della montagna, ed una nuova ondata di calcestruzzo sia prossima all’arrivo complice anche la partecipazione del comune alle olimpiadi invernali di Milano Cortina.

Serviva quindi un luogo in grado di far rivivere nei miei occhi l’incanto delle camminate fatte da bambino, con una presenza umana ristretta, animali ancora liberi e presenti in quantità, attraversando boschi e raggiungendo le quote tipiche di quella zona. Ho iniziato a cercare laghi, fiumi, ripari rocciosi dove aspettarsi camosci e stambecchi, magari in prossimità di verdi dorsali dove incontrare marmotte ben tondeggianti.

Di opzioni non ne mancano certamente: Pizzo Zembrasca, Laghi delle mine, Piz Paradisin, Corna di Capra (qui non nego che il semplice nome abbia scatenato in me un forte interesse), Monte Breva, Monte Cotschen con l’attiguo laghetto della Federia, Piz Serra, Monte rocca, Lago dell’Alpisella ed innumerevoli torrenti che lentamente scavano dorsali e valli.
Tra tutte queste possibilità non riuscivo a decidermi, ero in uno stallo di sentieri e cartine.

Mi cadde però l’occhio su una meta non ancora considerata lungo la valle del Saliente. Verso Ovest si apre una valletta caratterizzata da un aspro ingresso, poi smussato ed ammorbidito con quella che, a giudicare dalle curve di livello di alcune cartine, sembrava essere una piana di leggera salita sino al passo stretto tra Piz Cassana e Punta Cassana. Qui viene riportata la presenza di un laghetto alpino (Lago del Saliente), ed il contesto roccioso sembrava perfetto per sperare nella presenza di qualche caprone. L’unico problema era il sentiero.

La carta che solitamente utilizzo (https://map.wanderland.ch) non riporta accessi con sentieri ma lascia intravedere uno spiraglio percorribile sulla dorsale Sud della valle arrivando dalla direzione del Rino Toscie. Consultando invece le carte Kompass trovo segnalato un sentiero, numero 174, non riportato su altre fonti. La storia di questo sentiero fantasma un po’ mi intriga quando rilevo che anche il sito del comune lo cita senza mai descriverlo. Sarà che la premessa per perdersi davvero c’era, o forse che il laghetto in fondo alla valle era proprio quello che cercavo, ma dentro di me era già definita la scelta.

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Map data © Comunità Montana Alta Valtellina
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Map data © KOMPASS Karten GmbHOSM & Contributors
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Geodaten © swisstopo https://map.wanderland.ch/

Inoltre, i più attenti noteranno che i nomi delle cime sono invertiti tra le varie carte.
Alcuni considerano il Piz la Punta, ed altri viceversa. In questo marasma di nomenclatura serviva fare chiarezza con una spedizione ad hoc. Se prima conservavo ancora qualche dubbio, ora ne ero certo: destinazione lago del Saliente.

Rimugino un pochino sul vestiario nel preparare lo zaino. Le giornate sono calde e anche se la quota prevista per la tenda sfiora i 3000 decido di optare per il sacco a pelo leggero.
Accrocchio una fettuccia lunga per legare il teleobiettivo costruendo una tracolla primitiva con fascette e piastre di sgancio rapido del cavalletto ed il più è fatto. Ora soltanto 3 ore e mezza di auto mi separano dalla meta.

Il giorno della partenza non ho fretta, il percorso che stimo dalle carte dovrebbe durare 4-5 ore e decido di fare un giro in paese in mattinata. Verso le 10:30 mi incammino in direzione Val Federia armato di zaino e teleobiettivo nel portaramponi, richiamando la curiosità di non poche sciure ed altrettanti chihuahua sbucati dalle rispettive borsette.

Arrivato all’altezza del ristorante “La Calcheira” inizia finalmente il sentiero costeggiando per i primi metri il torrente Saliente. Di lì a pochi passi il percorso risale verso alcuni baitelli, dove trovo una fontana spenta ed un cactus di paline segnavia in cui non sembra esistere il sentiero 174. Prendo in mano il gps e dalla traccia trascritta imbocco la svolta che mi porta a seguire in contromano il flusso del Saliente. So di dover percorrere per qualche minuto questa strada, ed aspetto di trovare una svolta verso sinistra (Ovest) ad un certo punto.

La foresta non si dirada, la strada non accenna a mostrare nessun fianco più addomesticato o alcun segno di sentieri evidenti (ma basterebbero anche solo accenni di passaggio). Riprendo in mano il gps e realizzo di essere andato troppo avanti. I pendii che mi separano dall’approssimata posizione del reale sentiero non sono per nulla preoccupanti e decido quindi di azzardare un taglio netto nella direzione del sentiero aspettandomi di incrociarlo prima o poi. Inizia così quello che nei mesi invernali si chiama gergalmente “ravano“, ovvero la sottile arte dell’andare cocciutamente avanti nonostante i freni naturali del terreno. Con il freddo si ravana nei cumuli di neve zuccherina, o sprofondando sotto croste di gesso e nevi marce, in questo caso estivo sono invece cespugli, erbe titaniche, radici e arbusti di vario genere a costringermi in scavalchi e fatiche inaspettate.

Mi riporto sopra la chiesetta della Federia, dove il sentiero dovrebbe essere quantomeno visibile, ma ancora non si scorgono tracce.

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(Mappe realizzate con OSM tiles di Komoot)

Inizio quindi a risalire verso Nord, sempre attraverso arbusti non addomesticati che spesso comportano girotondi per aggirare affollamenti di alberi e radici.
Trovo quelle che in contesti normali potrebbero sembrare tracce di animali: erba pressata su varie direzioni che via via si uniscono in una naturale direzione dove sembra essere finalmente evidente un sentiero schiacciato nell’erba.

Arrivo quindi al confine di un pascolo delimitato da bindella elettrificata, le tracce passano oltre ed essendo l’unico segnale di passaggio umano presente la seguo entrando nel pascolo.
Poco più avanti sorprendo, o forse vengo sorpreso, da una piccola mandria di mucche intente a maturare una consistente tintarella. A giudicare dallo stato del sentiero non devono vedere troppe persone in questa parte di valle.

Conclusi i convenevoli e le foto di rito proseguo seguendo il sentiero che diventa più evidente con la trasformazione del paesaggio da versi pascoli a più secche pietraie. Si devono ora aggirare una serie di imponenti bastionate rocciose. Per le prime non ci sono particolari problemi poichè il sentiero rimane ben evidente (nonostante la tracciatura sia quasi inesistente), sulle ultime due invece la traccia si perde tra mille sfasciumi, caminetti e scalini. Mi fermo a rimuginare sul da farsi, cercando la via più semplice e meno faticosa considerando l’ingombrante e fragile protuberanza che porto sulla schiena. Bussola alla mano definisco la direzione ed inizio a scavalcare qualche scalino. Arrivo sul fianco più elevato della bastionata ma del sentiero ancora nessuna traccia. Sembra che sia scivolato giù per qualche frana, o forse i gracchi devono esserselo mangiato. La direzione è però ben più evidente ora che si scorge l’apertura di questa valle ben custodita, quindi proseguo lungo il percorso più naturale fino a ritrovarmi quasi per magia sulla traccia di sentiero che sembrava essersi persa.

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(Mappe realizzate con OSM tiles di Komoot)

Si passa ora su sfasciumi abbastanza grandi da permettere di saltellare tra i massi senza particolari preoccupazioni.

DSCF2602.JPGAlcuni rimasugli di neve scandiscono la camminata come macchie in negativo sulla pelliccia di un dalmata. Lo scioglimento della neve alimenta ancora una gran quantità di torrentelli che si corteggiano lungo ampi risalti, per unirsi lentamente in un più grande affluente del Saliente.

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(Mappe realizzate con OSM tiles di Komoot)

Verso fondovalle i verdi tratti di vegetazione spariscono lasciando posto a fiori alpini che si aggrappano alle piccole rocce, come mosaici colorati ecco spuntare chiazze di ranuncoli, silene, muschi e tappeti di piccole punte colorate. Il lago dovrebbe essere ormai vicino, scavalco risalti e dossi ma non ne scorgo traccia. Ne vedo i segni: torrentelli e rivoli d’acqua che discendono dalla conca del passo, ma nessuno specchio d’acqua all’orizzonte.  Mi tocca aspettare fino agli ultimi metri prima del passo per poter finalmente scorgere il lago. Alla fine eccolo lì, sbucare a pochi metri come per magia proprio quando il caldo iniziava a diventare poco sopportabile. Sfoggia colori intensi che vanno dal rosso nei pressi dei suoi limiti esterni, al blu cristallino dei tratti più fondi. L’acqua è decisamente fresca ed una brezza di vento mi sconsiglia di tuffarmi non avendo di che cambiarmi.

Tolto lo zaino faccio un lauto pasto a base di barrette verso le 15:00.
Mentre mastico illudendomi di assaporare pizzoccheri e polenta sento un suono di roccette rotolanti provenire dalla mia destra, mi giro e sul filo della cresta vedo due stambecchi.

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Butto giù il boccone, sfodero il cannone ed inizio una marcia verso la spianata di sfasciumi verticali che mi separa dagli animali.

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Lungo la salita fotografo parallelamente al terreno ed incorro nel problema di aria vibrante a causa del caldo. Si rovinano così molte foto, ma riuscendo a raggiungere la cresta il problema si dovrebbe risolvere. Nuova energia pompa nelle gambe nonostante la quota inizi a farsi sentire, mentre gli stambecchi giocano a nascondino con le rocce della cima un fruscio ovattato risuona nell’aria. Mi fermo (i polmoni ringraziano), guardo intorno ed eccolo: il gipeto.

 

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Veleggia a qualche decina di metri sopra di me, mi guarda e sono sicuro riesca a vedermi nitidamente con i suoi occhi mentre io fatico a stargli dietro cercando di centrarlo nell’obiettivo, aggiustando esposizione, sensibilità, diaframma e menate varie. Si posa su una roccia, e per pochi istanti rimaniamo fermi nell’osservarci. Riprende il volo, sconfina il passo e scompare. Un’incontro di pochissimi minuti che bastano a ricaricare fiato e gambe. Riparto verso la cresta raggiungendola, ma degli stambecchi nemmeno più il lontano rumore.

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Beffato anche da questi caproni che tutto sembrano meno che delicati. Spariti come il gipeto, chissà dietro quale guglia o canale, intenti a leccare sale e mangiare fiori.

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La vista consola facilmente, davanti a me si aprono più cime di quante ne sappia contare e riconoscere. Tra tutte spicca il gruppo del Bernina, con i Palù e le loro calotte di neve che stentano a resistere al clima in declino.

La tenda non si monterà da sola, scendo al passo ed inizio a cercare un posto per piazzare il tutto. Purtroppo la mancanza di vegetazione costringe a dormire sul fondo sassoso. Faccio un po’ di giardinaggio zen cercando di orientare in piano gli sfasciumi sassosi che mi faranno da pavimento. Nel realizzare che il prezzo di questa notte a fianco del lago sarà la scomodità cedo all’incanto di questo angolo incontaminato pagando con la schiena il prezzo di dormire su sassi.

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Montato il riparo torno al passo. Da qui si cammina sul filo del confine tra Italia e Svizzera immersi in un silenzio irreale interrotto solo da aliti di vento che fischiano su affilate lame rocciose. Il sole sconfina oltre le cime più lontane portando prima frescume, poi freddo pungente. Portare un sacco a pelo leggero non è stata una grande idea.

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Mi chiudo in tenda appena arriva il buio, confido che il doppio tetto isoli dal freddo ma l’illusione termina rapidamente non appena l’inerzia della mia camera si disperde. Fa freddo ed attorno a me non ci sono coperte o pub in cui infilarsi. Mi coglie una sensazione primitiva di impotenza, di fronte a questa natura così maestosa bastano poche ore senza luce per ricollocare l’uomo al suo posto. Nulla possono ora gli strati di gore-tex, nulla può il pile o la sottile membrana di lana merino in cui riponevo le mie speranze. La tecnologia dei tessuti è sconfitta di fronte alla forza di elementi più antichi.
Mentre mi scaldo strofinandomi nel sacco a pelo penso che forse tutti dovremmo provare questa antica sensazione almeno una volta nella vita.

Imparare il rispetto dell’ambiente che ci circonda passa anche dal saperne avere il giusto timore. Cosa succederà con lo scioglimento dei ghiacciai? (Già lo sappiamo) Quando andrà a fuoco l’ultimo albero della foresta amazzonica cosa ci aspettiamo che accada all’aria che respiriamo? E quando le città diventeranno dei forni crematori nei mesi estivi dove ci rintaneremo? Forse qualcuno confida di poter spostare l’asticella del consumo sempre più in alto sperando di scavalcare le nostre responsabilità, o di riuscire a passare questa patata bollente alle generazioni future. E con quale diritto?

Il delirio da freddo si protrae ad intervalli irregolari tra un micro-sonno e l’altro. Qualche pietra rotolante scandisce le ore notturne, forse provocata dal giro di ronda dei camosci o da sottili veli di umidità che fanno scivolare la montagna a valle pietra dopo pietra.

Arrivano le cinque e mezza.

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Il sole colora l’orizzonte ad Est, forse le montagne non erano ancora del tutto sveglie e sentendosi colte di sorpresa arrossiscono insieme alla loro coperta di nuvole. Fa sempre freddo ma muovendomi riesco finalmente a scaldarmi. Recupero un cavalletto naturale accatastando qualche pietra per immortalare questi momenti.

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Sento di nuovo il fruscio del pomeriggio precedente. Tutto dura ancora meno di un attimo, il gipeto compie un ampio giro sopra lamia testa, tiene lo sguardo fisso verso di me nel suo lento virare e poi sparisce nuovamente dietro le rocce del confine. Torna in svizzera. Lì ci sono forse più carcasse con cui fare colazione.

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Torno in cima al Piz/Punta per fotografare l’alba sul Bernina.

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Ogni passo sembra incupire il cielo. Dell’alba sgombra di nuvole resta solo il ricordo, ora una pesante velatura si addensa da Est e sembra pronta a scaricarsi su di me. Da qui vedo i verdi pendii della Val Trupchun dove un gruppo di cervi bruca placidamente mentre gli ultimi raggi di luce si offuscano sotto il pesante velo plumbeo in arrivo dalla valle.

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Tocco la croce di vetta e ridiscendo sempre alla ricerca di qualche stambecco, giunto al passo sento una forte scarica di sassi e davanti a me. Alzo lo sguardo ed ecco un branco di camosci intento a risalire la sella del passo . Rimango incantato nel vedere le loro sagome restare in equilibrio sul fil dell’orizzonte.

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Appena raggiungo l’accampamento il cielo inizia a borbottare ed in 10 minuti la tenda (bagnata) è infilata nello zaino. Inizia la discesa sotto una leggera pioggerellina che allevia le fatiche ed il caldo estivo.

Scelgo di scendere puntando verso il fiume di fondovalle per evitare di dover pirolettare lungo le dorsali della bastionata aggirata in salita.  Sul lato opposto della valle si alternano fischi di marmotte, come ripetitori di peluches si passano parola del mio passaggio.

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Purtroppo sembra che il dio dei sentieri non sia dalla mia parte nemmeno per oggi. Lentamente ritorno in zona bastionata, affrontandola più in basso rispetto alla giornata precedente. Dopo qualche passaggio poco piacevole (ringrazio i 12 kg di zaino) sono finalmente su quello che dovrebbe essere il sentiero.

Ripasso dai pascoli delle mucche e poco più avanti scorgo qualche marmotta. Non faccio in tempo a fotografarne nemmeno una a causa dell’arrivo dei primi camminatori. Sono di ritorno a “La Calcheira” per le 11 circa. Fortunatamente la cucina è ancora chiusa e prima di rovinare l’appetito ai vicini decido di cambiarmi almeno la maglietta.

Si conclude con una birra ed un piatto di pizzoccheri una fantastica avventura all’insegna di animali, pioggia, sentieri inesistenti e paesaggi maestosi. Vi includo la traccia gps relativa alla salita del primo giorno, da utilizzare come puro riferimento qualora intendiate ripetere la salita evitando di annaspare ricercando il sentiero perduto. Il passaggio di risalita della bastionata non è dei più tranquilli per essere un sentiero.

Vi sarete ormai abituati (bene) alla presenza di video tra queste pagine. Con grande sofferenza di GPU ed altrettanto sudore di pasta termica eccovi un riassunto dell’avventura, con la straordinaria partecipazione di mucche, gipeti, stambecchi, camosci e fischianti marmotte.

La vista della neve ha risvegliato il pensiero di attaccare gli sci ai piedi, ma ci sarà ancora qualche settimana da attendere prima di poter inaugurare la nuova stagione. Nel frattempo…

Stay tuned!


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