Anelli di pelli

Prendete finalmente molta neve, sfarinatela al punto giusto e spargetela in ogni angolo del Sempione. Congelate nella notte per preservare la croccantezza dei fiocchi e chiudete gli occhi… Pronti per svegliarvi?A. monitorava da tempo la webcam del Sempione, ed anche a causa delle scarse condizioni registrate in precedenza fremeva come tutti noi all’idea di assaporare la prima vera neve della stagione.

Alla partenza una nuvola fantozziana ci insegue lungo l’autostrada per una ventina di minuti. Getta qualche preoccupazione sulle nostre menti ancora in fase di risveglio ma prima che possiamo realmente preoccuparci sgusciamo fuori dalle sue grinfie verso un cielo così limpido da pensare che sia finto.

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Arriviamo per le 8 all’Ospizio del Sempione ed insieme a noi troviamo un’allegra brigata di cugini svizzeri intenti a fare qualche schermaglia innocua per tutti, meno che per l’ambiente. Al parcheggio troviamo dei campi mobili allestiti, una smitragliata di generatori, ponti radio e tre piccoli obici che rastrellano le innocue stradine del circondario.

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Calziamo gli scarponi senza che nessuno ci informi su esercitazioni di tiro e prima di ingoiare ulteriore gasolio scavalchiamo il parcheggio per iniziare il nostro lento peregrinare. Mete dichiarate di oggi sono le cime di Spitzhorli ed’Ärezhorn.

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Mentre passiamo le baite di Hopsche il sole ci raggiunge, e come per Superman, ci ritroviamo investiti di nuova forza ed energie. Forse è veramente l’effetto Kal-el, o forse ci stiamo rendendo conto che dinanzi a noi ci aspettano condizioni da favola.

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Nel lungo traverso sottostante il Tochuhorn vediamo il lavoro del vento sui fianchi delle cime circostanti: tutto è stato imbiancato, anche nelle pareti rocciose e verticali. Architetture grezze e cuspidi pallide sporgono come fiori e cespugli, aggrappati a nulla se non al loro stesso freddo.

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Alla fine di questo tratto raggiungiamo un ambiente lunare che solamente altre due tracce hanno avuto l’onore di esplorare nei giorni precedenti. Ovunque guardiamo il terreno si mostra smussato, arrotondato, più accogliente in una coperta di neve e sottili fiocchi. Sulla nostra sinistra vediamo in lontananza due figure (alle quali dobbiamo la facilità di una salita parzialmente battuta) avventurarsi in direzione dell’Inneri Nanzlicke.

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Proseguiamo ora ri-battendo traccia verso il colle dell’Usseri Nanzlicke, da cui possiamo approdare sul versante finale che conduce allo Spitzhorli. La croce di vetta è coperta di neve ghiacciata, e tutt’intorno scorgiamo l’Oberland, una timida punta di Cervino, l’innominato Bietschhorn (A., G. questa è la punta misteriosa) e più cime di quante abbiamo modo di raggiungere in una sola stagione.

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Ci lasciamo distrarre dalla dorsale più evidente in direzione della nostra salita, e scambiamo l’Ärezhorn con il parente Tochuhorn. Un po’ per confusione, un po’ perchè anche la salita fa parte dei piaceri di questa passione scegliamo quindi di scendere verso la stretta, ma non troppo, dorsale del Tochuhorn.

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Qualche minuto di sudore ed eccoci, nuovamente in vetta, nuovamente dietro l’ombra di una croce a contemplare la delicata maestosità di questi ambienti, sempre più minacciati da noi, infinitamente più piccoli e fragili. Un esercito di formiche disordinate può essere pericoloso anche per un colosso, ed a meno che non riusciremo a cambiare il nostro modo di vivere per accogliere la presenza di un ecosistema attorno a noi finiremo per danneggiare sempre più la bellezza che ci circonda.

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Dei colpi di cannone destano da questi pensieri.
Da qualche parte, in queste valli, qualcuno sta sparando a salve.
Forse sono i militareggianti cugini con i loro giochi di guerra, o forse è qualche altro cugino intento a smuovere gli accumuli di neve. In ogni caso spostamenti d’aria e vibrazioni sono tali da smuovere anche la neve depositata sulla croce, ed inizia a salire in me un po’ di cagotto all’idea di scendere su pendii che qualcuno sta cercando di smuovere. Fortunatamente dopo due colpi torna il silenzio, e scendiamo puntando all’ingresso nella valle lunare.

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La qualità della neve è indescrivibilmente bella. I continui ricami sulla neve richiamano serpentine ed altri animali tropicali, come la scimmia che risale dalle lamine fino al cervello e ci convince a ripellare, per la terza volta, verso la più verticale gobba dello Straffulgrat. Dopo 15 minuti (quindici minuti, non di più) raggiungiamo il punto di spellata: gli scarponi affondano in 30-40 centimetri di neve fresca ed ecco nuovamente la scimmia scendere nelle lamine. Con un click lo scarpone si blocca e la forza di gravità ci trascina, a ritmo alternato, in un allegro moderato che incidiamo sprofondando nella morbida coperta già ricamata da pochi altri.

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Raggiungiamo quindi le baite del vecchio Ospizio e, per la quarta volta, ripelliamo puntando alla macchina. Negli ultimi metri di percorso sbuchiamo da un dosso di fronte ad un gruppo di Action Men in vestiti da festa, in sella ad un obice. Il più celere dei tre inizia a gridare confusamente in francese, e non risponde a null’altro che francese (evidentemente, è il più brillante del gruppo). Con le mani alzate per evitare di conoscere la funesta ira di ominidi impegnati nell’esercizio delle proprie ferraglie devio drasticamente circumnavigando il dosso. Torniamo alla macchina e sentiamo una nuova scarica ritmata di colpi a salve.
Le valli rimbombano, il diesel pervade l’aria. Chissà se un giorno arriveremo al punto di sorridere pensando a questi giochi inutili, buffi nel loro approssimarsi a situazioni mai più ricorse. E chissà, se nel fare questo pensiero, avremo modo di guardare il candore della neve di queste cime, o se la pallida fragilità di questi giganti sarà solo un ricordo, cancellato e sovrascritto da pietraie, sfasciumi e ghiaie ad oggi sepolte.

Stay tuned!


Traccia (ricostruita, le garmin est mort) in formato .gpx disponibile cliccando qui

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