Braghe di tela

Da due anni mi era rimasta indigesta una cima solo vista e mai approcciata. Anche P., nonostante l’indigestione della sera precedente, si è lasciato tentare dalla promessa di una cresta alpinistica ed una vista senza eguali…

Circa 34 mesi fa, quando queste pagine erano ancora in inglese, non veniva inclusa alcuna traccia gpx, e gli sproloqui sul clima e l’impatto ambientale erano ancora agli albori, vi raccontai del fallimento di Braga.

Ben due anni passarono da quella data ma l’immagine della cresta finale e l’ideale del panorama ammirabile da quell’altezza rimasero nel mio immaginario.

Dopo mesi e mesi di lunghi e sognanti aspirazioni, complici le vacanze natalizie ed una stagione più che anomala, ho proposto a P. di tornare per finire il lavoro rimasto incompiuto e raggiungere i 2864 metri del Poncione di Braga.

Il piano è deciso: alle 6:00 passerò da lui ed andremo a Ghéiba, pronti per pernottare alla Capanna del Poncione nella prima giornata ed attaccare la vetta nel secondo giorno di sfacchinata.

Alle 5:39 un criptico messaggio squarcia il buio della notte

Cattura

Si preannuncia l’inizio della fine.
P. ha passato la notte a strapparsi l’anima tra nausee ed altri annessi. Ha un aspetto cadaverico e sembra reggersi alla sola inerzia mentre si avvicina alla macchina al lume del freddo lampione della via di casa.

Ciononostante partiamo, e lungo le due ore e mezza che ci separano dalla destinazione vari segnali esterni sembrano suggerirci di desistere dall’impresa:

  • La neve scarseggia
  • Il freddo sembra non essere passato da queste parti negli ultimi 12 mesi
  • P. non migliora
  • Piove
  • Delle mucche occupano la strada verso il parcheggio

Sempre più stoici, scacciamo le mucche con l’antica arte del battere le mani, ci presentiamo inermi alla pioggia insistente che ci accompagna per la prima ora di risalita, e l’anima di P. ne trascina le stanche membra sui tornanti che iniziano a presentarci dei primi veri tratti di neve.

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Il ritmo di oggi è scandito dalla calma e dalla sopravvivenza, ma non abbiamo particolari pretese o cancelli orari da rispettare per vincere alcuna medaglia: oggi dobbiamo solamente arrivare alla capanna e sopravvivere.

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Superati i tornanti ci affacciamo verso l’ennesimo segnale di declino climatico. L’accumulo glaciale della piccola cascatella è drasticamente ridotto rispetto al periodo paritetico di circa due anni prima. Nella foto seguente avrete a sx. la foto scattata ad inizio febbraio 2018, a dx. la foto scattata a fine dicembre 2019

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Passiamo con tristezza oltre questa constatazione ed inforchiamo un tratto di bosco che conduce al traverso finale da cui si può già ammirare il rifugio.

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Troviamo in questo punto neve molto ventata, con accumuli ghiacciati e leggermente bagnati dalla neve mista pioggia caduta nelle prime ore dalla mattinata. Speriamo che il tanto sperato rigelo notturno possa condensare questa forma così debole e grezza in un manto trasformato, ma sappiamo che si tratta di un’ipotesi più che romantica.

Raggiungiamo le baite di Grassa del Piatto (Alpe Srodan) ed in pochi minuti siamo di fronte al rifugio. Purtroppo non possiamo contare sulla forza di dieci pale come per la scorsa volta, e quindi tocca ad una pala il felice compito di creare un vialetto di casa percorribile nell’ampio accumulo che circonda il perimetro della baita.

Forse sarà stato il sogno di un po’ di calore, o forse era l’unica alternativa, ma in pochi minuti si de-materializza abbastanza neve da consentirci di entrare nella capanna ed accenderne le due minuscole stufe della zona giorno. I termometri segnano 2°C, e mentre parliamo dalla bocca esce fumo misto a sofferenza.

Serve circa mezzora prima che riusciamo a vincere l’inerzia della stagione accendendo un fuoco degno di questo nome, e prima di questo successo si susseguono attimi di ingente fumo per mancato tiraggio e leggero sconforto nel constatare che siamo uomini ormai lontani dal compito primario di accendere il focolare.

Il pomeriggio passa tra “gioco dei costumi svizzeri” e cura del focolare, condito con un po’ di malessere del povero P., che lentamente sopravvive alla debilitazione.

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Al calare del sole si scatena un vento funesto che previene qualsiasi desiderio fotografico notturno in favore della polenta istantaea e dell’ottimo formaggio valtellinese, portato sul campo per uno scambio culturale con i cugini ticinesi.

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Alle ore 8:00pm il termometro della cucina segna la bellezza di 9°C, e ci rintaniamo sotto ai piumoni nella speranza di non svegliarci con congelamenti facciali.

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Suonano le 6:00. Il sole è ancora nascosto oltre le cime dell’orizzonte e noi emergiamo dai nostri nascondigli di piume pronti a combattere contro le fredde sferzate che per tutta notte hanno ululato nella valle. La salute di P. sembra essere sulla via del ritorno, così come il suo appetito, ed il morale propositivo spinge per partire in tempi celeri.

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Riceviamo la visita di un’entità mistica, che identifichiamo come Uber, il fantasma delle tracce passate.
Uber ha impiegato 1 ora e 22 minuti per fare la salita che nella nostra prima giornata ha preso quasi tre ore, ed ora è venuto a trovarci per aspettare che sorga il sole e terminare la salita al Poncione in tempi ancor più rapidi.
Non ha occhiali da sole o maschera, veste una tutina di materiale non specificato ma molto simile al latex di vampirella, ed il suo equipaggiamento peserà quanto le nostre due borracce combinate.

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Folgorati da questo incontro provvidenziale partiamo al seguito di Uber ricalcandone la traccia (qualunque sia il tuo vero nome, grazie) ed in men che non si dica siamo giù alla quota del traverso finale sotto la pala del Poncione. Dritto per dritto abbiamo seguito una traccia disumana, ma che abbiamo alimentato con il freddo delle sferzate continue e con il desiderio di vedere quelle cime che tanto ho/abbiamo sognato.

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Giunti a questa altezza vediamo di ritorno un Uber sensibilmente scosso, che ci esorta a desistere per via del vento forte. Sia messo a verbale che l’interlocutore non indossa alcun tipo di protezione per il viso e/o per gli occhi, è separato dal mondo esterno con qualche millimetro di acrilato e sta sciando in discesa con ancora le pelli attaccate.

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Colpiti dall’incontro, ma non feriti, proseguiamo verso il fil di cresta per assaporare a pieno il panorama (e le sferzate). Inizia ora uno dei pezzi più duri mentalmente. Le raffiche sono talmente forti da sbatterci a terra, si susseguono attimi di calma piatta a piccole tormente di cristalli ghiacciati che sembrano squarciare i pochi centimetri che osiamo esporre al mondo esterno. E la situazione non è destinata a migliorare.

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Con ingenti sforzi ed incoraggiamenti reciproci (in prevalenza provenienti da P.) raggiungiamo il deposito sci, dove ci nascondiamo dal vento appiattendoci sul fianco di qualche roccia esposta. Sotterriamo gli sci e calziamo i ramponi, sempre sotto alle sferzate ghiacciate del vento che non accenna a demordere.

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Partiamo ondeggianti ed infreddoliti verso l’ampia cresta Nord del Poncione, che attacchiamo come primi della giornata scavando scalini nella neve compatta che solo il vento riesce a smuovere. Impieghiamo circa mezzora per concludere questo segmento, a causa del vento siamo spesso costretti ad appiattirci, coprendoci il volto dalla neve ghiacciata; ma alla fine ecco davanti a noi lo splendore tanto atteso.

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Il vento non demorde, quindi passiamo solo pochi istanti al cospetto di questa bellezza.
Siamo appena arrivati ed è già ora di tornare a casa. Due anni, migliaia di calorie spese in sudore e motivazione si condensano in pochi secondi di maestosità.

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Fortunatamente gli sci non sono volati via, e possiamo iniziare la tanto agognata discesa sulla neve peggiore mai registrata in tutto il cantone. Strati di crosta non portante si alternano ad accumuli di neve ghiacciata e lastre di ghiaccio lucido. Cerchiamo qualche piccola soddisfazione nei canaloni di neve ventata dove speriamo di trovare la tanto decantata farina, ma anche qui troviamo solo crosta e stridore di lamine.

Dopo due ore di sudore e dolore alle gambe siamo finalmente di ritorno alla macchina.

P., illuminato dalla cima del Poncione e ricaricato come Superman è finalmente tornato in sesto; io, dopo due anni, posso dire di aver finalmente concluso quello che era stato iniziato due anni fa.

Restano ormai veramente pochi giorni per poter chiudere in bellezza questa annata sciistica, e qualche altro progetto che fermenta nel cassetto potrebbe chiudersi… magari anche con una qualità di neve migliore di quella odierna!

Stay tuned!


Traccia in formato .gpx disponibile cliccando qui

E grazie ai potentissimi mezzi di Fatmap

Divertitevi a zoommare, ruotare e consultare la traccia in 3D, cliccando qui

2 pensieri riguardo “Braghe di tela

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