Chi ha cuor

Una storia grigiasca, probabilmente l’ultima sciata estera della stagione, sperabilmente non dell’intero anno.

8 Marzo.

Ci svegliamo come al solito prima che il sole affiori dalla linea dell’orizzonte per ritrovarci in uno dei tanti ritrovi sulle varie direttrici montane. Ma in questo risveglio c’è qualcosa di diverso.

Allo stato attuale 7375 persone sono contagiate, il 25% in più di quanto non fosse ieri. La Cina ha ancora 20000 casi in più “di noi” e sembra essere il punto lontano del grafico a cui non si arriverà, figuriamoci pensare di superarlo. Al parcheggio leggiamo notizie frastornate quanto la nostra mente in queste prime ore del mattino. Fonti autorevoli si contraddicono a vicenda circa la presenza o meno di limitazioni sugli spostamenti, e decidiamo di andare a chiedere lumi direttamente in dogana. Se, come alcune fonti sostengono, la Lombardia è appena diventata zona rossa, ce ne torneremo a casa.

Durante tutto il viaggio fino alla guardiola di Chiasso io e L. ripassiamo l’elenco alfabetico dei quotidiani online in cerca di notizie certe, ma forse è ancora troppo presto perché tutte le testate abbiano avuto modo di digerire l’amara notizia assieme al cappuccino. In dogana chiediamo se vi siano limitazioni, il finanziere ci guarda stranito e conferma che possiamo andare, senza alcun problema.

L’autostrada svizzera è surreale, arriviamo ad Hinterrhein incontrando qualche manciata di auto ma al parcheggio per il Chilchalp non siamo soli.

Conosco questo itinerario, mi ci battezzarono A. e Ad. quasi esattamente due anni fa. Non mi era ancora capitato di ripetere una meta, e devo dire che la sensazione è molto piacevole. Si riconoscono le pieghe della montagna anche a distanza di tempo, e ci si sente più a casa. Dopo qualche anno so anche chiamare per nome alcune delle cime che vedo nel circondario, ed un’ irrisoria percentuale di queste le ho anche viste da molto vicino.

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Con noi al parcheggio troviamo alcuni italiani, una coppia di sciure d’oltralpe e sui primi avvallamenti ci precede un gruppetto di scoppiati intenti a trascinarsi con tavole e kit da picnic su per i primi metri di tracciato. All’ombra l’aria pizzica le narici spingendoci come fiori verso il fronte di luce che sbucando dall’Einshorn e dal Tambò. Risaliamo una pseudo pista laterale scansando i tratti di neve più sottile, oggi lo sviluppo (12km) prevede sci nuovi e non sarebbe il caso di segnarli, viste le tante uscite programmate per le settimane successive su imponenti e severe mete (spoiler: tutto rimandato).

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Dopo la prima mezzora il traffico si distanzia lentamente. Rimaniamo soli con i nostri pensieri altanenando nel sudore di un equilibrio mentale affaticato dal sole cocente di questo inizio marzo. Fortunatamente ho iniziato a bere durante le salite, una comoda borraccia morbida ha trovato posto sulla spallina dello zaino ed oggi più che mai sono grato di avere a distanza di un bacio la comoda cannuccia da cui reintegrare sali e speranze. 

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Il Chilcalp resta sempre un po’ in disparte lungo questo itinerario. Se ne vede la cima anche dal basso ma non è una presenza invadente, resta sullo sfondo come stella nella notte per segnare la via. Risulta facile perdersi un po’ tra queste pieghe, si può salire praticamente in ogni modo lungo la direzione Hinterrhein-Chilcalp, ma mentre si sale a mente calda si ha spesso la sensazione di essere un po’ fuori rotta. Ecco che torna comoda quella punta un po’ sdraiata sullo sfondo, che sussurra “di qua, puntate verso di me”.

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Ci ritroviamo alle pendici degli ultimi strappi, ricordo che anche la scorsa volta vedendo questa rampa finale mi mancò un poco il fiato. Oggi, nonostante po’ più di benzina nelle gambe, mi ritrovo comunque a pensare più alla fatica che alla maestosità della visuale.

Non ricordo chi, ma ricordo delle parole pronunciate risalendo qualche cima negli anni passati, facevano più o meno così:

Faccio fatica per liberare la mente, e so di averla liberata veramente soltanto quando anche davanti ad una vista mozzafiato riesco a pensare soltanto alla fatica del corpo

Forse è un po’ così anche per me, anzi, sicuramente questo “distaccamento nella fatica” è uno dei motivi per cui sono così fortemente attratto dagli spazi severi ed isolati che trovo in queste cornici. Anche i colori si riducono in questa dimensione, isolandosi in bianchi, neri, blu intensi come solo il cielo sa essere. E su questa tavolozza di colori essenziali, ecco il tratto sinuoso di due sci. Lasciano una sottile firma sulla tela effimera, pronta ad essere rimodellata da vento e nevi notturne. Di fronte a questi giganti di pietra su cui fatichiamo aggrappandoci a minuscole lamine siamo come queste tracce: effimeri, silenziosi, un segno momentaneo di una bellezza eterna.

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Sulla cima troviamo qualche altro sciatore, raggiunta questa quota lo sguardo spazza la vista sulle cime circostanti per poi ricadere sul più basso punto di partenza, dove abbiamo lasciato le nostre ombre ed a cui ritorneremo. La testa torna come in caduta libera nel mare di cose che ci siamo lasciati a terra. É già tempo di tornare indietro abbandonando la nostra leggerezza agli arabeschi che regaleremo alla montagna.

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Alla macchina scopriamo che il mondo attorno a noi sta iniziando a digerire l’amara notizia, e che noi con esso siamo chiamati alla responsabilità collettiva del ridurre la nostra libertà i movimento, in favore della salute comune. Salutiamo questa neve sperando che non sia l’ultima della stagione, e forse sarà davvero così.

Non si può però credere onestamente che questa situazione non abbia legami con le nostre scelte più quotidiane, con il nostro stile di vita e soprattutto con l’interazione che il nostro comportamento ha nei confronti del pianeta. Il consumo di territorio, l’alimentazione basata su qualsiasi tipo di specie animale, prima cacciata dal proprio territorio in favore del divino progresso ed ora nuovamente cacciata per saziare stomaci egoisti e prepotenti. Ultimamente vi lascio spesso con spunti di riflessione sul ruolo delle nostre azioni, non per millantare credo bislacchi o per convincere qualcuno di qualsiasi “idea”, quanto per stimolare un pensiero critico: base fondante di una visione d’insieme e consapevole. Anche oggi quindi vi regalerò questo spunto non richiesto.

The choices we are making about how we occupy our planet are making it unhabitable

Stay tuned!

Traccia in formato .gpx disponibile cliccando qui

E grazie ai potentissimi mezzi di divertitevi a zoommare, ruotare e consultare la traccia in 3D, cliccando qui

Chiaramente questo è un articolo diverso dal solito, in tempi diversi dai soliti, o forse più semplicemente dal passato. Il motivo di pubblicare con così tanto ritardo dalla data della gita ha due principali ragioni:

  • Nessun avrebbe avuto modo di sfruttare la traccia (in teoria)
  • Pubblicare gite avrebbe potuto fomentare comportamenti irresponsabili, relativamente alle limitazioni di spostamenti necessarie.

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